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    <title>Cose scritte</title>
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      <title>Tiro Rapido 2009</title>
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      <pubDate>Wed, 12 May 2010 20:49:04 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Entries/2010/5/12_Tiro_Rapido_2009_files/cheap.png&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Media/object009_5.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:425px; height:212px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;L’anno scorso sono arrivato in finale ad un concorso letterario che Porsche (sì quella delle macchine) organizza da diversi anni. E’ stata una bellissima esperienza che mi ha portato in un mondo non molto mio, ma in cui mi sono immerso con passione e impegno. Nel senso che a me piace scrivere e un giorno leggerete un romanzo bellissimo, a cui sto cercando di dare un senso da qualche anno, però, di solito, appunto, scrivo un po’ senza senso e sono molto poco a mio agio quando il tema è imposto. In questo caso era imposto anche il numero delle battute e io avrei avuto moltissimo da scrivere, invece.&lt;br/&gt;Però, mi sono inventato una storia, da un particolare che, ai tempi, mi aveva colpito molto.&lt;br/&gt;Vi dico già che la giuria non mi ha scelto per la finale di quest’anno, ma che io sono contento del tempo che mi sono regalato per mettere in fila delle parole, spostare un po’ più in là i molti problemi di questo luglio un po’ barengo e concentrarmi su quei due o tre sogni avanzati.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Le tracce erano due, io ho scelto questa:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il giallo del Katamarano &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il 10 giugno 1988 il catamarano Arx di Annarita Curina lascia il porto di Pesaro, diretto alle Baleari. Oltre alla giovane skipper marchigiana, a bordo ci sono anche Filippo De Cristofaro, 34 anni, e la sua fidanzata, la diciassettenne olandese Diane Beyer. Due ore dopo la partenza scatta il piano architettato dalla coppia per impossessarsi della barca: la ragazza ferisce Annarita con un coltello, poi l’uomo la finisce con un machete e insieme gettano il corpo in mare, dopo averlo zavorrato con un’ancora di 17 kg. Il 28 giugno, al largo di Senigallia, il cadavere finisce nella rete di un peschereccio. Parte subito la caccia al catamarano. &lt;br/&gt;Rinominato Fly 2, viene ritrovato il 19 luglio nel porto tunisino di Ghar el Melh e due giorni dopo vengono catturati gli assassini. Il tribunale dei minori, il 17 dicembre 1988, infligge sei anni e mezzo di reclusione a Diane Beyer. De Cristofaro è condannato all’ergastolo con sentenza della Cassazione del 5 giugno 1991. Il 6 luglio 2007 “il Rambo dei mari” approfitta di un permesso premio e scappa. Viene rintracciato il 4 agosto a Utrecht, mentre cerca di raggiungere Diane.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ecco il racconto:&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Fabrizio Re Garbagnati - Lunedì 6 Luglio, Biblioteca San Giovanni, Pesaro&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Credevo che avrei passato tutta la vita con lei.&lt;br/&gt;Siamo stati al largo della Tunisia per un paio di giorni, indecisi se attraccare o se affrontare Gibilterra. Fermarsi è rischioso, ma siamo allo stremo e serve trovare un dottore, perché la mia infezione peggiora. Anche Diane non fa altro che vomitare, io le sto silenziosamente vicino e guardo il sole che affonda nel mare, rendendolo rosso. Come il rosso che ritorna ogni volta che chiudo gli occhi e rivedo il sangue di Annarita sporcare il bianco del catamarano; gli occhi azzurri, spalancati, di Diane che mi guardano con terrore, mentre mi dice di stare indietro; l’odore del sangue che sale per le narici eccitandomi e non facendomi capire più nulla, ma lasciandomi lì in mezzo, sporco di sangue anch’io.&lt;br/&gt;Mi sembra di averne ancora addosso, che neppure le onde alte del mare l’abbiano lavato via.&lt;br/&gt;Entriamo nel porto all’alba, attracchiamo in un posto nascosto, per non dare nell’occhio e scendiamo dal catamarano maledetto. Diane piange, mentre corriamo da un dottore, non torneremo su quella barca, abbandoniamo il sogno a metà strada, scappando, bisognosi di cure, in una luogo straniero, ma ancora insieme.&lt;br/&gt;Darei la vita per Diane, l’ho vista diventare la ragazza bellissima che è ora, nonostante abbia addosso la salsedine del mare, la sabbia del deserto, il sangue di Annarita.&lt;br/&gt;Le sue carezze sono la migliore cura, il suo abbracciarmi ferma il dolore, mentre mi addormento sul lettino dell’ambulatorio.&lt;br/&gt;Quando mi sveglio lei è sempre lì, seduta con la sua mano su di me.&lt;br/&gt;Oggi no, apro appena gli occhi e vedo i gendarmi che la trascinano via, provo a saltare giù dal lettino, ma non ho nessuna forza, Diane urla di non lasciarmi lì, con gli occhi grandi e pieni della stessa disperazione che c’è nei miei. Provo a rivoltarmi e abbaiare, ma cado senza sensi mentre Diane e Filippo vengono portati via.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Al processo l’avvocato difensore chiuderà la sua arringa dicendo che gli è stato chiesto come può essere un assassino uno che a Tunisi si è fatto arrestare per curare un cane. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Io vivo qui ora, in Tunisia, ho ricominciato a mangiare e a correre in spiaggia e ogni sera, quando il sole scende nel mare, metto le zampe in acqua e guardo l’orizzonte, aspettando una vela bianca e Diane e Filippo che mi vengano a riprendere.</description>
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      <title>Volo Rapido 2008</title>
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      <pubDate>Sun, 11 May 2008 17:25:00 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Entries/2008/5/11_Volo_Rapido_2008_files/cheap.png&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Media/object009_6.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:425px; height:212px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;“Taxi” di Fabrizio Re Garbagnati&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Via Mac Mahon, al 127”&lt;br/&gt;Mi piace lavorare di notte, la città mi scorre di fianco con le scie delle luci che sono indefinite nei riflessi dei finestrini del mio taxi, io porto i clienti a casa, stanchi e con poca voglia di parlare. Mi piace il silenzio della notte, interrotto solo dalla richiesta del cliente “Viale Umbria, 42”, “Via Palermo, 2”, “Via Mellerio, 8”. Io parto senza chiedere niente, dopo trent’anni di questo lavoro conosco Milano in ogni suo incrocio, per ogni mattoncino di porfido spostato, per i binari dei tram e per i sensi unici invertiti a giunte alterne. &lt;br/&gt;Alle due carico una signora con i capelli scompigliati, “Via Domenichino, 10” dice con un po’ di affanno, ha i capelli scompigliati e lo sguardo perso nel nulla. Suona il suo cellulare, lei lo guarda e non risponde, si morde un labbro, guarda dal finestrino le luci intemittenti di corso Buenos Aires, nello specchietto vedo lei e il suo riflesso mischiati alle luci e allo sfondo, come in un videoclip senza musica. Lei è molto bella, lo noto solo ora, il cellulare suona di nuovo, con un trillo diverso, risponde subito. “Sto tornando… sì… dorme? dieci minuti e arrivo…” Lei armeggia con la borsetta, si risistema il trucco mentre passiamo davanti al cimitero monumentale. Il telefono suona di nuovo, ma è il trillo a cui non risponde, suona ancora in piazza Firenze e poi davanti alla fiera. Lei ogni volta guarda il display e poi distoglie lo sguardo. Quando siamo quasi arrivati all’improvviso risponde, sta in silenzio un po’, finché non le si allagano gli occhi di lacrime “anch’io…” appende. Mi chiede se posso portarla da un’altra parte, io annuisco, sono fermo davanti al portone del 10, lei mi guarda immobile e indecisa, con la bocca semichiusa e gli occhi spalancati, io che mi faccio gli affari miei da trent’anni di passeggeri strani come la vita, perché potere immaginare quante vite sono passate sui sedili posteriori dei miei taxi, mi sono girato e con l’autorità della mia barba bianca le ho chiesto: “cosa ha combinato signora? vuole che la porti solo un po’ in giro? E’ una notte belissima e l’aria fresca aiuta a pensare.” Lei annuisce e io parto, per la prima volta senza una meta, per la prima volta con molte parole: sulla circonvallazione ci raccontiamo le nostre storie, facendo il giro della città più volte, tante de mischiare le parole con le strade e ritrovarmi all’alba in un vicolo cieco, fra la Barona e i campi della periferia. “Portami a casa” dice lei, “Grazie”, dico io, “in tanti anni non mi ero mai perso.”</description>
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      <title>Venezia</title>
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      <pubDate>Fri, 11 Apr 2008 13:30:44 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Entries/2008/4/11_Venezia_files/cheap.png&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Media/object009_7.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:425px; height:212px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Fab e Lila  in Venice&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Cambia il luogo, cambia il momento, cambiano i pensieri, cambia il futuro.&lt;br/&gt;Cambiamo noi e lo scriviamo su un muro.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Venezia è l’unico posto al mondo che ha il cielo di sopra e di sotto agli occhi che ha il silenzio immobile di quel cielo nelle vie piccole uguali l’una con l’altra  nel suo ritmo forte del vogare nel dedalo mutevole dei canali come se a lei non tocchi subire il cambiare così veloce del cielo&lt;br/&gt;ma ascoltarlo e assorbirlo e colorarlo di nuovo immobile silenzio.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Come un acquarello di Turner&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Come sono passati piano quei giorni freddi, leggeri come l’aria pulita che correva verso il mare, come noi fra i calle che siamo gia passati, sì lì ci siam baciati. No non era qui, che quel pozzo era più tondo. be’ baciamoci, così sarà anche qui.&lt;br/&gt;A trovar strade con i baci e veder squarci di cielo sopra e sotto cambiare dall’azzurro alla notte che unisce le nostre ombre in un abbraccio.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Venezia, dicembre - gennaio 2005&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Tiro Rapido 2006</title>
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      <pubDate>Mon, 30 Oct 2006 08:40:05 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Entries/2006/10/30_Tiro_Rapido_2006_files/cheap.png&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Media/object009_6.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:425px; height:212px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;1974: Milano come Chicago&lt;br/&gt;Gabbie.&lt;br/&gt;Io le sbarre le ho sempre avute davanti agli occhi, fin da bambino, quando il circo Medini arrivava in periferia e con gli altri della banda giravamo dietro al tendone, per guardare gli animali e tirargli pietre o ridere delle pose buffe e innaturali che assumevano nelle gabbie.&lt;br/&gt;Poi un giorno mi si è avvicinato un leone, era giovane e fiero, sembrava il mio gatto che guarda fuori dalla finestra del decimo piano e vuole uscire comunque, perché in questa periferia-campagna ci saranno topi da rincorrere e corvi da aspettare in agguato. Invece c’è il vetro e un salto che porta solo all’asfalto del posteggio.&lt;br/&gt;Il leone è arrivato a pochi centimetri da me, in mezzo le sbarre e gli occhi spalancati, poi torna lento indietro, magro e nervoso, si siede in un angolo con gli occhi più grandi e liquidi che io abbia mai visto.&lt;br/&gt;L’ho liberato, ho chiamato I ragazzi e abbiamo forzato le gabbie. Sì, avevo otto anni e ho liberato gli animali del circo. C’è stato un fuggi-fuggi di tutti, il leone mi è passato vicino ed è corso verso i campi, gli scimpanzè sono comparsi fra il pubblico, due tigri hanno saltato la prima fila di macchine del posteggio e si sono dirette verso la città.&lt;br/&gt;Così ho conosciuto le mie prime sbarre. Gli sbirri mi hanno portato in questura e poi al Beccaria, ci sono rimasto poco, ma abbastanza da giurare di non voler più vedere il cielo attraverso un buco di finestra con delle sbarre spesse.&lt;br/&gt;Invece sono ancora qui, a San Vittore, mentre fuori si ammazzano per comandare i traffici di questa città, che è diventata la lavatrice della Mafia. Divido la cella con uno scagnozzo di Faccia d’angelo che in due mesi ha detto sei parole. Io ho la parlantina facile invece e gli racconto di come fossimo svelti alla Comasina e di come mi hanno preso invece, per quella maledetta chiave che non saltava fuori.&lt;br/&gt;Non era il primo portavalori che ci facevamo, compivo vent’anni quel giorno ed ero sulla seconda macchina mentre la Citroen SM bloccava il furgone. Avevamo i mitra e urlavamo di stare calmi, io ho puntato la canna del mitra sulla faccia di questo autista grosso e bianco di terrore che tremava e sudava e non trovava la chiave e più urlavo e più frugava nelle tasche inutilmente, poi ho guardato in basso e c’era una chiazza di piscio. Così gli ho tolto la canna del mitra dalla faccia e l’ho spinto via, il suo collega aveva le mani verso il cielo e lo stesso colore spaventato, ho fatto un passo verso di lui e  gli ho chiesto la chiave, lui ha guardato il furgone con gli occhi gonfi. Io mi sono precipitato e ho buttato tutto all’aria finchè in mano non ho avuto quella dannata chiave. Era tardi però, perchè delle luci blu si avvinavano veloci, io e gli altri ci siamo messi dietro alla SM mentre le sgommate degli sbirri stridevano, a terra I due autisti e metà del bottino, il resto era nel portabagli e nelle nostre tasche, io ho alzato il mitra e sparato e sparato prima che I poliziotti potessero scendere, così hanno continuato I miei ragazzi, mandando in frantumi le vetrine del supermercato di fronte e creando il panico fra la gente, abbastanza confusione da permetterci di salire sulla Citroen e scappare veloci, con il rumore del motore e il cuore a mille. Solo verso casa, abbandonando la macchina e dividendoci ho realizzato che lo sbirro mi aveva visto bene in faccia e che è in gamba quello lì. “Meglio dividerci, ragazzi” dissi, salvo ritrovarli con me in questo gabbio, pochi mesi dopo, quando Achille ci è venuto a prendere di persona. Io ero nel letto di Consuelo e il freddo delle manette sembrò così lontano dal caldo delle sue cosce di poco prima, tanto lontano che guardai con rabbia lei e gli sbirri e tutto quello che mi venne da dire fu una frase roca e arrabbiata sul non volerci stare a lungo, dentro.&lt;br/&gt;Certo il Beccaria era un’altra cosa, di là si scappava. Bastava allungare un cinquantamila al secondino e una porta veniva dimenticata aperta, io facevo dentro e fuori, dentro accompagnato dagli sbirri, dopo qualche rissa o qualche furtarello, fuori con il carico della biancheria a nascondere la fuga e correndo molto poi, dalla periferia sud al Giambellino, dove qualche amico mi dava riparo.&lt;br/&gt;Ora qui le celle sono buie e io vorrei essere fuori a godermi I soldi rubati, gli amici veloci con le carte e con le pistole e le donne dei night, che la mattina vogliono svegliarsi con me.&lt;br/&gt;Invece c’è questo silenzioso compagno, che guarda sempre il muro e non dice nulla. Anche alla Comasina c’era uno che non parlava mai, si faceva chiamare il Sardo, ma veniva da un’isola vicino alla Sardegna e aveva sempre un coltello largo e corto che gli somigliava un po’. Sul manico aveva cinque tacche, quando gli si chiedeva cosa rappresentassero lui portava il coltello all’altezza della gola e facendo schioccare la lingua simulava un taglio, poi abbassava gli occhi e alzava una mano aperta a simboleggiare un cinque.&lt;br/&gt;Una volta abbiamo rapinato un parrucchiere di via Washington, uno di quei saloni di bellezza per donne ricche, che al sabato vanno a farsi belle. Eravamo io, il Sardo e Mani, che chiamavamo così per quei due badili che aveva al posto delle mani, eravamo noi tre accompagnati da un mitra e due pistole. Il salone era al primo piano di una casa elegante, con un portone pesante, non come quelli delle case al Giambellino, di solito c’era una portinaia che però al sabato aveva giornata libera, ho citofonato al salone, dicendo di dover portare un pacco per una cliente. Sapevo molte cose delle loro clienti, alcune le incontravo nei locali alla sera e molte finivano in albergo con me, perse nei miei racconti di malavita e nei miei occhi freddi nel viso da duro. Nessuna resisteva e le prendevo tutte, in fondo sono nato ladro e non rubo solo soldi. Una di queste mi aveva raccontato come al sabato quello fosse il ritrovo di molte donne ricche, che compravano lozioni, creme, massaggi e qualche grammo di eccitazione. Il titolare del salone approfittava della copertura per spacciare cocaina.&lt;br/&gt;Abbiamo aperto la porta con un calcio e le urla ci hanno travolto, io sono corso alla cassa, bloccando il tipo che stava per prendere qualcosa dal cassetto, con una pistola a due centimetri dagli occhi ogni movimento diventa lento, come una movola, mentre intorno c’è la frenesia del mettersi in salvo e donne che urlano per un paio di secondi ancora, finchè Mani urla “tutti a terra!” sparando un colpa di pistola contro una poltrona che fa uscire l’imbottitura in una nuvola bianca, il Sardo apre la cassa, strappa via I soldi e la richiude scuotendo la testa. A quel punto tira fuori il coltello, lo appoggia alla gola del tipo, non ha bisogno di dire nulla, lo sguardo terrorizzato si fissa sull’armadio davanti, io lo spalanco e trovo un’altra porta e c’è una stanza piccola, soldi, cocaina, pellicce, preso tutto, una signora mi guarda più eccitata che spaventata, mentre stiamo per uscire però il parrucchiere-spacciatore tira fuori una pistola dalla caviglia e spara verso di noi, io mi giro e faccio suonare il mitra, c’è un gran saltare in aria di prodotti di bellezza e specchi in mille pezzi e sangue e urla delle signore. Mani sanguina, io urlo di andare, via, via. Il Sardo torna indietro, “dove va!?” si avvicina al parrucchiere e tira fuori il coltello, un gesto rapido, alla gola e un fiotto di sangue sale improvviso. Giù dalle scale, alla macchina e via. “Volevo essere sicuro fosse morto” disse il sardo, prima di tornare al suo silenzio.&lt;br/&gt;Bisogna essere veloci quando si rapina, a volte resta una scia di sangue, ma sfuma veloce come via Lorenteggio dietro al finestrino dell’Alfetta.&lt;br/&gt;Il cielo qui invece è fermo e se ne vede troppo poco, io cammino avanti e indietro e la cella è piccola. Ogni tanto provo a dire qualcosa al mio compagno di cella, lui mi guarda e ricomincia a fissare il muro. Ma io sono giovane, forte e bello e non voglio passare la vita qui dentro. Passo il tempo a progettare un modo per scappare, a sondare I secondini, a contare I tempi in cui le porte restano aperte al passaggio degli inservienti. &lt;br/&gt;Serve a poco, passano silenziosi I giorni e io mi asciugo qui dentro. Passano i mesi e gli anni e io ho bisogno di uscire, per vivere. Arrivo alla conclusione che forse l’unico modo per scappare è farsi trasferire in ospedale, ma come faccio ad ammalarmi?&lt;br/&gt;Un infermiere ha detto che mi può procurare del sangue infetto, Epatite. Costa ma è marcio al punto giusto e durante il trasfermento sono di nuovo quel leone che corre, verso la periferia. Il bambino è un poliziotto corrotto che mi apre l’ambulanza. Chissà la faccia di quelli che mi aspettavano. La mia sorride di nuovo, dopo troppo tempo.&lt;br/&gt;Scappo un po’ a sud, il tempo di guarire e rimettere insieme I ragazzi, poi ricomincio a suonare il mio mitra per le strade di Milano. Nascere ladri vuol dire anche questo, non sapersi fermare e volere sempre di più, nascere ladri vuol dire avere sempre qualcuno contro e l’ombra di sbarre spesse come proiezione della paura di finire di nuovo dentro, vuol dire rubare soldi per organizzare colpi più grossi e correre senza volersi fermare, è eccitante da morire.&lt;br/&gt;Quando non “lavoro”, frequento le osterie, il Praticello, il Moncucco, qui ci sono i figli di papà o le brutte faccie di quelli della mala, non è raro che scappi qualche scazzottata e si va sempre in strada a regolare i conti. Io quando sono in vena punto la ragazza più bella e me la porto a casa, il resto delle volte mi ubriaco e mi ritrovo con i ragazzi a raccontarci il nostro futuro, quando avremo fatto il colpo della vita. Mi sorprendo a pensare che vivrò libero e senza bisogno di rubare, poi arriva una scossa di adrenalina e lo sguardo cerca la complicità degli amici, lascio ogni cosa, bicchiere, donne, pensieri e tutto quello che voglio è colpire e scappare e essere quello che sono, così come sono nato e cresciuto.&lt;br/&gt;Il leone del circo Medini era stato ripreso poi, ma mi hanno raccontato che da allora, ogni volta che ha potuto, ha cercato di scappare e non ha più voluto stare in un angolo della gabbia, dietro l’ombra di quelle sbarre.&lt;br/&gt;Ho 25 anni, mi chiamano il bel Renè, non so quante nuove rapine farò, quante volte mi prenderanno, quante volte scapperò, come sarà il mio futuro, ma mi sento un leone.&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Tiro Rapido 2005</title>
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      <pubDate>Tue, 31 May 2005 08:38:28 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Entries/2005/5/31_Tiro_Rapido_2005_files/cheap.png&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Media/object009_9.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:425px; height:212px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Figli e madri (o padri)&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il matto aveva un’età indefinita, colpa dell’alopecia che gli mangiava i capelli, del colore bianco della pelle e di quella canottiera che aveva sempre addosso.&lt;br/&gt;Camminava nelle mie estati di bambino in vacanza, con lo sguardo sempre lontano. Io lo osservavo curioso, nascondendomi ai bordi del suo percorso, cercando di coglierlo in flagrante a compiere qualche omicidio con il falcetto che aveva sempre alla cinta. Mia nonna mi diceva di girargli al largo, che era matto quello lì. Io le ho sempre creduto, ma avevo dieci anni ed ero curioso.&lt;br/&gt;Cingoli, il paese dove passavo le mie estati da bambino era in salita, con delle mura alte intorno e pietra dentro a costruire case basse e vicoli stretti, che ai miei dieci anni sembravano labirinti di ombre abitati da personaggi scuri e silenziosi che andavano girando curvi, lasciando uscire lente maledizioni che riecheggiavano cupe.&lt;br/&gt;Io passavo i pomeriggi guardando gli altri bambini giocare, stavo nei piccoli giardini sotto le mura, giocavo nei mucchi di sabbia di qualche cantiere, scavando grotte per i soldatini, grotte di friabilissima sabbia. Da dietro quelle trincee osservavo il Matto che faceva il giro delle mura e il gruppo dei ragazzini più grandi sulle bici da cross. Loro passando gli urlavano: “Matto!” e altre cose che lo facevano arrabbiare. Gli giravano un po’ intorno e poi andavano, mentre lui brandiva il falcetto e simulava delle mosse di karaté per allontanarli, poi brontolando riprendeva la sua strada. Una di quelle volte uno dei ragazzini lo ha urtato con la bici e il matto è caduto per terra, mentre tutti ridevano e il più grande gli rifilava due calci.&lt;br/&gt;Sono scappati tutti al rumore di una macchina che scendeva per quella via. Tutti tranne me e il Matto. Io osservavo nascosto il suo stare immobile, seduto sul bordo della strada, poi l’immobilità si è trasformata in un tremare incerto e in un batter i pugni per terra, stretti come gli occhi che piangevano. Aveva i miei dieci anni in quel momento, anche se moltiplicati per le disgrazie della sua vita, così mi sono avvicinato, piano, passo dopo passo, silenzioso, finche mi sono ritrovato a  un passo dal falcetto e a pochi, pochissimi passi da lui. Era di una magrezza che avevo solo sentito raccontare, con pochi cespugli di capelli e la faccia un po’ storta. Mi ha guardato e si è allungato a prendere il falcetto. Io sono corso dietro al mio rifugio, lui ha stretto il manico ed è rimasto silenzioso nel suo pianto.&lt;br/&gt;Qualche ora dopo, mentre faceva buio, è arrivata una donna con i capelli grigi raccolti e il passo incerto sulla salita, aveva un vestito senza maniche, blu e bianco a fiori di stoffa leggera, di quelli tagliati da lavoro. Ha detto qualcosa in dialetto e ha preso la mano del Matto, io li ho guardati andare via nella strada che scendeva, come due ombre inghiottite dalla fine del paese, da dietro sembravano proprio madre e figlio, scendevano piano per i tornanti e io li seguivo, attento a non farmi scorgere, poi dopo un tornante non li ho visti più. Il bosco intorno era più fitto e ormai il buio mi metteva paura, così ho ripreso la salita e affrontato i vicoli e sono corso a casa.&lt;br/&gt;Qualche giorno dopo sono sceso a quella curva e sotto il ciglio della strada ho visto la baracca dove viveva il Matto con sua madre, erano dei pezzi di lamiera e plastica inchiodati insieme, con intorno un orto maltenuto e molte erbacce, appena più basse delle piante e dell’erba alta che li nascondeva. Lì in mezzo stava seduta la madre del Matto, su una sedia di legno consumato. Lui era poco più in là con una canna dell’acqua a fare fango sotto alle piante di pomodoro. Ogni tanto la madre urlava qualcosa e lui si metteva a fare qualcosa d’altro o comunque un tentativo di qualcos’altro. Io osservavo nascosto quella famiglia sgangherata e i gesti amorosi di quella madre e mi sembravano così preziosi, in quel vuoto di ogni altra cosa, come sospesi nel loro significare famiglia.&lt;br/&gt;Quando sono rientrato la sera a casa c’era mia nonna con ospiti a cena e ho provato un sentimento di distanza da tutti quei formalismi e quel far finta nei sorrisi. Mi sono ricordato della madre del Matto che si chinava su lui e gli stava appoggiata a  parlare e mi sembrava di sentire quelle parole, come quelle che sono sempre mancate a me, fra timidezze e fretta.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Sono passate veloci le estati di quegli anni e non ho mai trovato il coraggio di avvicinarmi oltre il mio punto di osservazione su quel mondo così più lontano dei pochi metri che erano. Il matto continuava a camminare intorno al paese e sua madre a volergli bene e accudirlo.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’ho rivisto uguale molti anni dopo, invecchiato ma con lo stesso sguardo perso nell’orizzonte che vede solo lui, passeggiava con il suo falcetto appeso alla cintura e la madre, anche lei più vecchia, molto più stanca, ma sempre lì vicino. Mi sono fermato con la macchina all’inizio della salita per le mura, lui mi ha guardato e per un attimo ho avuto gli stessi brividi di quando avevo dieci anni. &lt;br/&gt;Io ero a Cingoli di passaggio, verso una vacanza più a sud, ma il cuore aveva deviato un po’ la rotta. La casa della nonna era polverosa ma ancora ordinata, ormai non ci andava più nessuno. Quando ho aperto le persiane che danno sul corso è entrata una luce fortissima che ha illuminato tutti i ricordi e si è smossa la polvere, danzando in controluce e salendo disordinata.&lt;br/&gt;La sera ero a cena da amici e abbiamo sentito un gran arrivare di sirene.&lt;br/&gt;Dalla finestra ho visto un uomo in una pozza di sangue e tutto il paese intorno e l’ambulanza ormai silenziosa.&lt;br/&gt;Un falcetto gli aveva tagliato la gola, un falcetto o comunque una lama ricurva, diceva un comunicato della polizia. L’uomo era di Cingoli tutti sapevano che era uno di quelli che prendeva in giro il Matto, lo aveva fatto da ragazzo e continuava ancora. Di recente gli aveva anche tirato un pugno, e visto che anche a Cingoli due più due fa quattro, la polizia è andata a prendere il Matto prima che si muovesse tutto il paese.&lt;br/&gt;La madre lo ha guardato allontanarsi mentre lui piangeva e stringeva occhi e pugni. Piangevo anch’io lontano i miei soliti dieci metri.&lt;br/&gt;Tornando a casa ho ripercorso quei vicoli che mi spaventavano da bambino e sembravano ora molto più sicuri della periferia di Milano, con i mostri chiusi nelle case e in giro solo io che cercavo di non perdermi in quel silenzio. Arrivo al corso e salgo in casa, chiudo con due giri.&lt;br/&gt;La mattina dopo sento un gran rumore di voci dal bar di sotto, sembrano tutti agitati. Scendo e capisco che ne hanno motivo: il Matto è in carcere da ieri sera, ma alla porta sotto le mura è stato trovato un altro cadavere, nella sua pozza di sangue, anche questo con la gola tagliata da un falcetto o da una lama ricurva. A Cingoli due più due inizia a fare cinque, il Matto viene rilasciato e io gli sorrido da lontano. Forse ora un po’ più vicino.&lt;br/&gt;Qui non c’era mai stato un omicidio, figuriamoci lo stato di agitazione di paese e polizia al secondo cadavere in due giorni. La vittima questa volta era un medico, se l’alibi della cella non l’avesse escluso il primo indiziato sarebbe ancora il Matto, che con questo medico aveva avuto più di una lite, in passato. Ma lui era in galera e ora ne usciva. Giusto in tempo per il terzo omicidio, perché anche a Cingoli, non c’è due senza tre.  Così ritroviamo il Matto, in una pozza di sangue, ma non è il suo, un falcetto in mano e lo sguardo che guarda quel solito orizzonte.&lt;br/&gt;E’ in ginocchio e aspetta, di fianco al corpo straziato della madre.&lt;br/&gt;Io sono lì, al mio punto di osservazione della baracca, guardo l’orto insanguinato con il rosso del sangue che si mischia all’arancione del tramonto, vedo la madre che ha in mano un falcetto anche lei, vedo le lacrime mischiarsi piano al sangue e sento le mie mentre stringo gli occhi e i pugni e il mio falcetto.&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Torbole</title>
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      <pubDate>Mon, 12 May 2003 23:39:06 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Entries/2003/5/12_Torbole_files/torbole.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.fabfood.net/FabFood/Cose_scritte/Media/object216_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:425px; height:212px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Ognitanto scende questo cielo bianco, che non è nuvola di pioggia, né cielo pieno di luce. Ognitanto sembra così lontano il cielo, sopra un grigio di aria spessa che fa gli occhi miei del suo stesso colore. Mi manca il vento che spazza il cielo, mi manca il cielo mosso di Torbole, che le giornate seguivano i venti di quel posto fuori dal comune. Mi mancano quegli anni, che sono passati veloci, come il vento puntuale di Torbole.&lt;br/&gt;A Torbole ci sono due venti, termici, che arrivano puntuali quasi tutti i giorni, variano un po' d'intensità e di durata, dipende dal caldo e dai venti metereologici, ma di solito alle sette della mattina arriva il Pelér da nord e all'una l'Ora da sud. Quel che avanza del Pelér alle dieci è buono per imparare e a Torbole lascia l'acqua piatta senza essere troppo violento. Quello delle sette, invece, è veloce e rafficato ma bisogna scendere fino a Malcesine per prenderlo al meglio. A quei tempi dormivamo in macchina vicino alla spiaggia di Malcesine per essere svegliati dal vento di quell'ora impossibile e armare le vele e trovare onde che su un lago non ti immagini. E' il vento migliore dell'alto Garda.&lt;br/&gt;L'Ora dell'una, invece, è perfetta davanti alla Colonia Pavese, la si prende al traverso e si fa avanti e indietro fra le gallerie della gardesana e l'hotel Paradiso, strambando davanti al porto.&lt;br/&gt;Qualche primavera fa sono arrivato in questo posto di venti con la Lila, sono passati molti anni e a me batte un po' il cuore, nel vento le cose cambiano e lasciano uguali, io me lo sento addosso e mi sembra di camminare in una fotografia di quindici anni prima, mi aspetteri perfino di vedere me seduto in spiaggia ad aspettare il vento. Quanto vento ho preso in faccia e quanto vento ha preso la faccia di Vasco, che è la stessa con un po' di sole e qualche ruga in più, con tre figli e una moglie e venti maestri che fanno funzionare la scuola mentre lui non perde d'occhio nulla. Ha lo stesso sorriso e lo stesso saluto, come fossi andato vie la sera prima.&lt;br/&gt;Quasi vent'anni fa capitavo su quella spiaggia cercando una direzione. Io non lo sapevo, sapevo solo di voler imparare il windsurf, così ho prenotato un corso al nuovo Professional Surf Center di Torbole. Vasco aveva appena finito la sua ultima regata, persa per squalifica, partenza anticipata, con lui discutevano altri due miti del windsurf italiano e io che leggevo i loro nomi sulle riviste mi sono trovato in mezzo a una sorta di centro del mondo a cui avrei fatto riferimento per un bel po'.  Il Professional Surf Center era uno sgabuzzino preso in prestito dal Circolo Surf, le tavole erano delle Alpha riciclate e le vele erano per la metà ancora da montare. Fu la prima cosa che imparai e ne montai una ventina già il mio primo giorno di scuola, fra un po' di teoria e qualche altro lavoretto. Mia madre mi ha sempre detto che il Vasco era capace di farmi lavorare e che solo lui ci riusciva. Adesso c'è anche il Birpi, ma forse non lo sa. All'inizio degli anni novanta passavo più giorni a Torbole che non a Milano, lavoravo alla scuola e imparavo, non solo il windsurf, ma anche le donne, l'alcol, gli amici, la vita in tribù, imparavo a raccontare i sogni e lasciarli prendere dal vento. Vasco era come il vento a Torbole, c'era. Guardava tutto e curava l'azienda, andava a dormire presto, salvo qualche uscita con noi del gruppo, ma era il primo poi a cercare la tana. Dieci anni con il vento addosso, a dormire in macchina per prendere il Peler a malcesine, ad aspettare già bardati l'Ora, guardando le increspature del lago salire in onde improvvise, dieci anni a strambare al molo del Paradiso e poi via fino alle gallerie, dieci anni a correre dietro ai campioni, che ti stanno vicino al traverso ma di bolina chiudono la vela in un altro modo e scappano e magari hanno dieci anni meno di te, come David che nel 94 aveva 15 anni e nello slalom di coppa del mondo ha fatto paura al campione. Fra le cose che non dimenticherò mai ci sono una cena con Robby Naish, una chiacchierata con Jenna De Rosnay, quanto è bella signora De Rosnay, un posto fra i primi dopo la prima prova del triathlon (Windsurf fino a Malcesine, in quasi assenza di vento) e l'ultimo posto dopo la seconda prova (corsa in salita fino al monte Baldo), per dovere di cronaca la terza prova, Mountanbike in discesa fino a Torbole mi ha regalato qualche posizione e un paio di cadute. Ci sono anche mille serate di cui ho un offuscato ricordo del finale, qualche biondina tedesca, qualche amico che non sento più, ci sono le cozze, a chili che abbiamo mangiato in un albergo chiuso di un amico, io, il vasco, l'amico e la fidanzata del Vasco. I momenti più belli li ho passati ad inizio o fine stagione, a cercar funghi all'alba, a riparare le vele, a parlare di sogni o di vento e confoderci un po'. In dieci anni ricordo una sola fidanzata del Vasco, mora, scura e forte: Laura, era di Perugia e aveva già una bimba bellissima. Vasco ci aveva perso la testa e a me vederli insieme dava una strana sensazione di famiglia. Non so che fine abbia fatto Laura, ma in un vuoto dei prossimi venti lo chiederò al Vasco. C'era anche Cucciolo alla scuola. La prima volta che l'ho preso in braccio era piccolissimo, poi è diventato un Maremmano di 75 chili, continuandosi a chiamare Cucciolo e mordendo almeno un paio di Tedeschi a stagione. Il suo compito era fare la guardia alla gabbia delle vele ed era un grande guardiano, ringhiante di giorno, implacabile di notte. Ci potevamo avvicinare in pochissimi, il Vasco, suo padre, Gerard e io.&lt;br/&gt;Gerard, Gery, è sempre stato abbronzato, faceva il maestro dal Vasco e beveva come solo uno di Bolzano può bere. La più grande storta l'ho presa con lui, dall'happy hour post surf alla cena, dal primo locale del lungolago all'ultimo, al soffitto della stanza che girava e la macchina in mezzo al parcheggio di un hotel vicino, la mattina dopo. Ho chiesto al Vasco di Gery e mi ha raccontato che si è sposato, ha avuto un bimbo, poi ha divorziato, lei lo aveva messo a lavorare come elettricista, ma lui è un surfista, è scappato, si è risposato, ha avuto un altro bimbo ma ha ridivorziato, adesso ha un cane. Scuoteva la testa. Ha anche una piccola scuola a Limone e io me lo immagino, rinato fra le turiste tedesche, che gioca in spiaggia con il cane, che fa il suo show con la tavola e poco vento. Gerard era capace di stare in piedi con noi fino alle 3, poi noi si usciva con l'Ora, all'una, lui alle 8 e mezza era in acqua con i principianti, ancora allegro dalla sera prima, a far girare la tavola sotto ai piedi, a metterla di taglio, a fare elicotteri con la vela. Appena gitato il vento poi si svegliava definitivamente e gli si tendevano i muscoli abbronzati e chiudeva la vela saltando sulle onde basse e ripide. Era un grande compagno di birre, fino a che non sentiva odore di donna, poi spariva, a volte sembrava rincretinirsi proprio e non pensare ad altro. Non che io avessi molto altro in testa, oltre al surf, però quel vento mi muoveva i capelli e mi faceva socchiudere gli occhi, mentre i riflessi sul lago risplendevano vivi e dorati. Io mi perdevo lì, in quella luce mossa, in quel non rumore portato subito lontano dal vento, in quei colori controluce.&lt;br/&gt;Potete immaginare il cielo di quel posto con così tanti venti, già perché oltre a Ora e pelér a volte arrivava improvviso un vento fortissimo di trequarti che passa in mezzo a due montagne alte e cade addosso al lago, viene ogni qualche anno e dopo il caldo di quell'ottobre dell'89 arrivò. In acqua ci sono poche vele matte che come impazzite sbattono e lasciano scie di colore veloce. Quando arriva, il Vasco si prepara e torna in acqua ed è un paio di metri avanti a tutti, anche ai giovani campioni e lo guardi mentre fai fatica a seguirlo e sembra che lui stia facendo la cosa più facile del mondo, sembra che stia danzando seguendo una musica portata da quel vento. nello stesso vento io ho fatto una fatica indecente e ho affrontato una delle cose più difficili che abbia mai provato. Sono anche caduto male almeno un paio di volte e lui ha strambato largo per venire a controllare. Tornato a riva sono passato, gocciolando in mezzo al circolo surf, in mezzo a tutte le facce dei soliti che raccontano tutta l'estate di venti mai visti, ma che sono rimasti a guardare la mia vela che si rompeva in quel vento.&lt;br/&gt;La mattina dopo, alle sei sono nel mio letto da tre ore, quando mi sveglia il Vasco &amp;quot;hey, dai andiamo a funghi!&amp;quot;.&lt;br/&gt;Alle nove ero lì a pulire due cesti di porcini davanti all'ufficio della scuola con una faccia molto perplessa e le ossa che facevano rumori strani e un sorriso che ogni tanto il vento mi tira fuori ancora.</description>
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